I liquori Chartreuse

I liquori Chartreuse: la secolare storia degli elisir della lunga vita. 

La lunga storia di questo liquore ha inizio nel 1605: mentre a Roma trovava la morte Papa Leone XI, a Parigi, Francois Hannibal d’Estrées, maresciallo di Re Enrico IV, donava ai monaci della Chartreuse de Vauvert, un manoscritto di origine ignota, ma presumibilmente redatto circa un secolo prima, che conteneva la formula di un elisir composto di quasi tutte le piante medicinali conosciute a quei tempi. Qualche anno dopo, nel 1611, il cardinale Richelieu ringraziò calorosamente il Reverendo Padre della Certosa di Parigi, il quale gli aveva inviato un rimedio per un disturbo che lo affliggeva: tale medicamento, ricavato interpretando il manoscritto misterioso, era tuttavia estremamente complesso da ottenere e, per questo motivo, non fu molto utilizzato in seguito. Nel 1737, finalmente, i vertici dell’ordine monastico dei Certosini decisero di sottoporre il manoscritto a uno studio approfondito presso Grande Chartreuse. Fondato da San Bruno nel 1084, il monastero è situato nelle Alpi francesi, presso Saint-Pierre-de-Chartreuse, vicino a Grenoble, a circa 1.200 metri di altitudine: oggi, come allora, i monaci che lo abitano seguono i precetti certosini e non ammettono visite, pur essendosi in parte adeguati alla modernità. Il farmacista del monastero, padre Jerome Maubec, fu dunque incaricato di decifrare la formula di quel misterioso elisir e il suo lavoro fu coronato dal successo: fece così la sua comparsa l’Elixir Végétal de la Grande-Chartreuse. La commercializzazione dell’elisir fu inizialmente piuttosto limitata: padre Charles, a dorso di mulo, si recava a venderlo presso i mercati di Grenoble e Chambéry. Nella sua formulazione originale, l’Elixir ha 69 gradi alcolici, ma, nel 1764, venne introdotto il Chartreuse Verte, detto il «Liqueur de Santé» a 55 gradi. Il suo successo fu immediato, ma ancora limitato alla regione del Monastero.

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Con la rivoluzione del 1789, i monaci furono dispersi e nel 1793, come misura precauzionale, fu commissionata una copia del prezioso manoscritto, custodita dai frati autorizzati a restare nel monastero, mentre a un altro certosino fu affidata la custodia dell’originale. Questi fu in seguito arrestato e incarcerato a Bordeaux, ma trovò il modo di preservare il prezioso manoscritto e lo fece recapitare all’amico Dom Basile Nantas. Convinto che l'ordine non si sarebbe mai più ristabilito in Francia e non essendo in grado di farne uso, questi decise di vendere la ricetta a un farmacista di Grenoble, il signor Liotard, il quale, però, non produrrà mai l'Elixir. Alla morte di Liotard, il documento fu restituito al monastero di Grande Chartreuse, cui i monaci avevano nel frattempo fatto ritorno, ove la produzione era ripresa. Nel 1838, nacque anche un nuovo liquore: il «Mélisse», ribattezzato «Chartreuse Blanche» nel 1840, che fu prodotto fino al 1880, e poi dal 1886 al 1900. In quel periodo, inoltre, la formula del Chartreuse Verte fu modificata per produrre un liquore più dolce e meno alcolico, il «Chartreuse Jaune», subito soprannominato la «Reine des Liqueurs». Nel 1903, i certosini furono espulsi dalla Francia e la produzione dei loro elisir fu trasferita presso una distilleria di Tarragona, in Spagna. In seguito, dal 1921 al 1929, il loro liquore venne prodotto anche a Marsiglia, con il nome di «Terragona».

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Nel frattempo, lo Stato francese aveva venduto il marchio a un gruppo di distillatori che avevano fondato la «Compagnie Fermière de la Grande Chartreuse»: questa impresa, i cui prodotti non avevano nulla a che fare con il vero Chartreuse, cessò la sua attività nel 1929. I monaci riconquistarono finalmente il possesso della denominazione Chartreuse e ricominciarono a distillare in Francia, nella loro vecchia distilleria a Fourvoirie, vicino agli edifici di Grande Chartreuse, che venne peró rasa al suolo da una frana nel 1935. La produzione fu così infine trasferita a Voiron, dove tuttora il liquore viene distillato, mentre la selezione delle piante ha luogo all’interno del monastero che, dal 1970, è responsabile dell'imballaggio, la pubblicità e la vendita dei prodotti realizzati. Su mandato del loro Ordine, due monaci lavorano nel più grande riserbo e sono i soli a conoscere i dettagli della ricetta. 
Dopo più di quattrocento anni, la formula resta un segreto ben custodito.

Il Chartreuse Verte, a 55 gradi nella formulazione risalente al 1764, è ottenuto mediante macerazione e distillazione di 130 erbe diverse, viene zuccherato e poi fatto invecchiare in botti di rovere: la sua colorazione verde è ottenuta in modo naturale, ma il procedimento è tenuto segreto – probabilmente il colore verde  è dovuto alla clorofilla, come avviene per gli assenzi autentici, o a un qualche pigmento vegetale.
Il Chartreuse Verte va gustato freddo, puro in un bicchiere da amaro, oppure leggermente diluito in un copita, con l'aggiunta di ghiaccio. Tradizionalmente considerato un digestivo, il sapore è marcatamente dolce, arricchito da note vegetali e speziate molto pronunciate, ma quasi impossibili da distinguere l’una dall’altra, e decisamente forte, se non soverchiante. Se diluito, risulta più amabile e, a mio gusto, anche più godibile. Ne esiste anche una versione a lungo invecchiamento, il Chartreuse V.E.P. Verte (Vieillissement Exceptionnellement Prolongé), fabbricato secondo la medesima ricetta. Si noti, infine, che l’Elixir Végétal De La Grande-Chartreuse nella sua formulazione originale, a 69 gradi, è tuttora prodotto e venduto in flaconi da 10 cl: tuttavia, va considerato alla stregua di un rimedio fitoterapico.
Il Chartreuse Jaune è prodotto con le stesse piante del Verte, ma in proporzioni diverse, risulta meno alcolico (40 gradi) ed offre aromi più morbidi e floreali, forse meno speziati. Rispetto al Verte, risulta più facilmente bevibile, anche grazie alla gradazione inferiore e, nel complesso, più adatto all’abbinamento col fumo. Se il Verte, infatti, può accompagnarsi al tabacco solo una volta diluito, il Jaune si presta all’abbinamento anche liscio: come sempre, suggerire accostamenti fumosi a liquori marcatamente dolci e fortemente connotati come questi è un compito complesso, se non ingrato. Anche in questo caso, il candidato più naturale è il Virginia, ma sarà meglio che sia piuttosto corposo per evitare che venga completamente soverchiato dal liquore. Via libera allora ai corposi americani, come il Mc Clelland Dark Star, e, soprattutto, al St. Bruno, la cui nota citrica può ben far da contraltare alla dolcezza secolare di questo liquore di grande fascino.

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