De gustibus non est disputandum” disse Giulio Cesare durante un banchetto, per zittire i suoi soldati che si lamentavano di un piatto di asparagi condito col burro, anziché con olio di oliva. Erano ospiti a Milano, presso il povero Valerio Leone che non deve averla presa molto bene, visto che la diplomazia di Cesare non poteva nascondere il disappunto dei suoi generali. Ma su questo aspetto Plutarco non si sofferma.

Millenni dopo, la forma ellittica di questa frase, “de gustibus”, si legge ovunque, spesso adoperata a sproposito. Plutarco non specifica se Cesare abbia apprezzato quel piatto di asparagi, ma la sua diplomatica risposta ci ricorda che tutto può piacere, a seconda dei gusti. Certo, i soldati romani, abituati all’olio di oliva, dovettero rimanere spiazzati dal gusto del burro, così come i nordici sarebbero rimasti spiazzati dal gusto dell’olio, abituati a quello del burro. E se dunque qualcuno avesse chiesto quale dei due condimenti fosse il più buono, quale risposta migliore di quella di Cesare? De gustibus! C’è a chi piace l’olio e a chi piace il burro. Relativismo? Assolutamente no, diremmo piuttosto prospettivismo, in senso geografico, in questo caso. In altre parole, dal punto di vista dei Romani, l’olio era preferibile al burro, mentre dal punto di vista dei nordici, valeva il contrario.

Ci rendiamo immediatamente conto di come questo esempio classico si possa declinare in molti modi: parlando di condimenti, meglio olio o burro? Parlando di vini, meglio bianco o rosso, fermo o mosso? Parlando di distillati, meglio whisky o bourbon, rhum o ron? Beh, de gustibus! Dipende dai gusti! Oggigiorno la prospettiva geografica conta meno di un tempo, ma ne esistono innumerevoli altre e i gusti personali si sono affinati.

Il punto è questo: chi preferisce il burro all’olio, potrebbe mai apprezzare del burro rancido? Preferisci burro fresco o burro rancido? De gustibus! No, non funziona. Il burro rancido è cattivo, c’è poco da fare. Questo non significa che a qualcuno non possa piacere, ma perché? Gusto personale, ma soprattutto mancanza di educazione (come per i Romani) e sensibilità. Probabilmente, se Valerio Leone avesse condito gli asparagi con burro rancido, gli ospiti non se ne sarebbero accorti visto che, in ogni caso, non apprezzavano né conoscevano quel condimento.

E finalmente arriviamo al tabacco.

Si può rispondere “de gustibus” quando ci chiedono se preferiamo i sigari caraibici a quelli italiani, oppure se preferiamo un virginia a una miscela inglese? Certo! Se siamo amanti del Kentucky, forse dalla nostra prospettiva un sigaro caraibico potrà  apparirci scialbo, mentre se amiamo i caraibici un toscano potrà apparirci acre e scomposto. Prospettivismo, dicevamo.

Ebbene, lungi dal giustificare uno sterile relativismo (tutto è buono, dipende dai gusti), l’espressione “de gustibus” può fondare un fecondo prospettivismo. Il relativismo è sterile perché impedisce ogni confronto, si infrange contro un’assoluta soggettività e, in definitiva, ci condanna al solipsismo. Il prospettivismo, invece, è fecondo perché ci consente, se lo vogliamo, di assumere diversi punto di vista e di arricchire la nostra cultura esperienziale, di ampliare i nostri orizzonti e di parlare a tutti.

Così come il burro rancido o il vino acetato, un sigaro troppo acido, troppo amaro, troppo salato o troppo dolce resta, però, oggettivamente cattivo. Il “de gustibus” non è onnipotente. Ma quando è troppo? La misura di quel troppo sfuma a seconda delle prospettive e occorre umiltà per assumere quella corretta, che non sempre coincide con la nostra. Ad esempio, in ottica temporale, qualcuno può non accorgersi di certi difetti: ecco, la prospettiva temporale è esemplificativa, quasi quanto quella geografica. In senso diacronico, certi vini del passato ora sarebbero imbevibili, mentre, in ottica esperienziale, un fumatore potrebbe non avere ancora gli strumenti per giudicare un sigaro, se non in base ai propri gusti.

Quando casca l’asino? Quando ci si espone decidendo di scrivere. Lo si può fare in base ai propri gusti, ma se si vuole descrivere un prodotto in modo onesto, occorre un approccio prospettico, assumendo il punto di vista del target cui quel prodotto è destinato. Tuttavia, in nessun caso un burro rancido, un vino acetato o un sigaro troppo salato può essere considerato privo di difetti, ma questo non esclude che a qualcuno possa piacere. Nondimeno, acidità e salinità eccessiva, giusto per citare due esempi, non sono caratteristiche, ma difetti. Cambia solo la misura di quel troppo.

Da ultimo, se un assoluto relativismo é ottuso, giacché offusca il giudizio, condanna all’incomunicabilità e rinchiude nel solipsismo, altrettanto rischioso è scivolare nell’assolutismo, considerando universali valori che non lo sono.

Ma allora, de gustibus? Beh, dipende dalla prospettiva. Chi scrive di burro, vino o tabacco farebbe bene a tenerne conto.