Non è la prima volta che scrivo di sigari toscani adoperando questa espressione in modo estensivo, senza curarmi dei marchi registrati. Lungi dall’essere una mera casualità, la mia è una scelta consapevole giacché, a mio modo di vedere, un’espressione carica di storia come questa non può essere ridotta a brand, bensì dovrebbe essere tutelata, così come avviene in altri settori. Va da sé che, anche se oggi solo un’azienda può definire toscani i propri sigari, noi, in quanto fumatori, siamo liberi di fregarcene: ebbene, io me ne frego dei marchi registrati e rivendico il mio diritto di chiamare “toscano” un sigaro di formato bitroncoconico o troncoconico, fatto a mano o a macchina in Italia, e composto di tabacco Kentucky di provenienza italiana o nordamericana.

Dalla sua nascita, il sigaro toscano è cambiato molte volte e si è declinato in molti modi, ma quel che vogliamo discutere qui è la direzione presa negli ultimi anni dalle aziende italiane che producono rifacendosi a questa tradizione, ovvero Manifatture Sigaro Toscano, Moderno Opificio del Sigaro Italiano e Compagnia Toscana Sigari.

Partiamo dal 1992.
In quell’anno, i Monopoli di Stato iniziarono produzione e commercializzazione del Toscano Antica Riserva. Progettato e realizzato sotto la direzione di Domenico Napoletano, in qualità di blender, a questo nuova referenza fu allora associata l’immagine della Venere di Botticelli perché si trattava di un sigaro che, per i canoni di un tempo, era particolarmente morbido e rotondo, pur conservando la forza e l’austerità tipiche dei toscani. Fu proprio l’Antica Riserva a gettare una testa di ponte verso il futuro: dagli anni Novanta in poi, infatti, nacque una seconda via del sigaro toscano e alla via della tradizione si affiancò la via della modernità. È pur vero che, a questa nuova direzione, aveva fatto da apripista il Toscano Garibaldi, ma l’Antica Riserva fu una tappa epocale per diversi motivi: in primis, si collocava in una fascia di prezzo decisamente più alta, ma, soprattutto, conservava più del Garibaldi tutte le caratteristiche del toscano storico, arrotondandole, affinandole, rendendole più eleganti, ma senza snaturarle. In un certo senso, quel sigaro ha come portato all’atto una tendenza che nel Garibaldi era ancora in potenza. Il punto è che questa deviazione avrebbe spostato i gusti del toscano in modo massiccio.

Nel 1998, il monopolio di produzione cessò e il toscano passò all’ETI, poi a BAT e, nel 2006, nacque MST. In modo graduale, le due vie cominciarono a confondersi: negli ultimi sette anni, i toscani di MST si sono fatti tutti più amabili, come si diceva un tempo, e, almeno nelle intenzioni, più fruibili, ma sono anche scaduti dal punto di vista qualitativo. Dal 2011 in poi, infatti, MST si è incamminata in modo deciso sulla via del toscano moderno, ma percorrendola con passo malfermo e stentato, inciampando molto spesso e sovente rovinando a terra: sigari dolci (almeno nelle intenzioni), ruffiani e facili sono diventati la maggioranza. Sopravviveva l’Originale, ma oggi anche lui è un toscano moderno, seppur malfatto. Il culmine di questo percorso è stato lo Stilnovo: un long filler di tabacchi così insulsi da avere una resa indistinguibile da uno short filler, per tacere dei difetti.

Ci sono voluti ben sei anni prima che la liberalizzazione della produzione desse i suoi frutti e, nel 2014 è nato il Moderno Opificio del Sigaro Italiano. L’azienda di Orsago ha reclutato Domenico Napoletano (che aveva lasciato MST proprio nel 2010), cioè colui che ha inaugurato – l’abbiamo visto – quel nuovo corso con l’Antica Riserva. Forte di questa collaborazione, il MOSI procede a testa alta sulla strada della modernità: gli Ambasciator Italico sono toscani tendenzialmente docili, facili da fumare e magari ruffiani per alcuni, ma fatti molto bene e senza difetti. Il “moderno” del MOSI è una serie di sigari riusciti, complessivamente migliori dei toscani che MST produce nelle medesime fasce.

Ma che ne è stata della via del toscano tradizionale?

Nel 2015 è entrata in gioco la Compagnia Toscana Sigari di Gabriele Zippilli. I Mastro Tornabuoni, fatti a mano come si facevano cinquant’anni fa, sono sigari complessi, composti di tabacchi pesanti, oleosi e forti, aromaticamente oscuri: alle volte un pugno nello stomaco, ma autenticamente toscani. Oltretutto sono long filler, a combustione lenta e di gestione relativamente complessa. Se i Mastro Tornabuoni sono toscani tradizionali che guardano al passato remoto, i Tornabuoni fatti a macchina sono più attuali, strizzano solo l’occhio alla modernità, ma rimangono saldamente legati al passato, nel bene e nel male.

Giunti a questo punto, qualcuno si chiederà: ma quali sono i veri toscani?
Quelli moderni, adatti a ogni momento della giornata e di facile gestione, o quelli tradizionali, più complessi e intricati?

Ebbene, gli uni e gli altri! In questo caso è corretto rispondere de gustibus.

Ognuno è oggi libero di scegliere di guardare al futuro o volgere lo sguardo al passato, in base ai propri gusti, ma con un punto fermo: che siano moderni o tradizionali, i veri toscani non sono troppo acidi, non sono salmastri, né medicinali, magari leggeri, ma non scialbi e di certo non aromatizzati.

Un conto è assumere una prospettiva, un altro è giustificare ogni cosa pur di credere alle favole.

Gabriele Zippilli CTS a sinistra, e Domenico Napoletano MOSI a destra