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Dopo aver parlato con Domenico Napoletano di attitivi a aromi aggiunti nel tabacco, oggi affrontiamo un argomento molto discusso in Italia: la foglia di fascia per il sigaro Italiano!

Fascia dallo Sri-Lanka!
E’ l’argomento di tante fantasie, polemiche e reazioni più o meno “vivaci” nel mondo del sigaro italiano.
Per favore, puoi finalmente toglierci ogni dubbio se realmente questa fascia incide tanto o poco sul sigaro italiano fatto di Kentucky?!
Il doppio congelamento che subisce (viaggio di andata e ritorno) e le sostanze aggiunte per la lavorazione finale come pregiudicano la qualità finale del sigaro?

Credo che in realtà siano pure fantasie! Come ho già dichiarato in altre occasioni, la nuova lavorazione, resasi necessaria per motivi economici, non comporta alterazioni sia nell’aspetto che nel gusto del prodotto finito.
Le foglie di tabacco da fascia, di qualsiasi tipo, per poter essere “lavorate” devono essere sufficientemente elastiche e, quindi, “inumidite” fino ad una umidità assoluta di oltre il 25%, in funzione della loro natura (l’umidità di immagazzinamento varia da 10 a 18%).
Se l’impiego del tabacco “umido” è immediato non sono necessari particolari accorgimenti, altrimenti dovrà essere “conservato” a basse temperature per evitare il formarsi di muffe o altre trasformazioni indesiderate.
Per la formazione di bobine di fascia la situazione è identica: si inumidisce il tabacco per le operazioni di selezione, scostolatura e taglio. Le bobine prodotte non possono essere impiegate immediatamente e, quindi, necessitano di essere mantenute a basse temperature fino all’impiego (trasporto compreso).
La temperatura di conservazione dipende dal tipo di tabacco, per il Kentucky è sufficiente -10°C. A questa temperatura, a causa dell’abbassamento crioscopico dovuto alla presenza nell’acqua di altre sostanze in soluzione, le fasce non congelano e quindi non subiscono nessuna alterazione, né fisica e né organolettica.
Per i sigari neutri non vengono aggiunti additivi, semplicemente perché non servono.
Se la catena del freddo viene mantenuta correttamente, la conservazione a basse temperature del tabacco garantisce solo l’assenza di trasformazioni indesiderate e dannose e, di conseguenza, non sono mai state notate alterazioni della qualità dei sigari, anzi, si presentano più regolari grazie ad una lavorazione più accurata della fascia.
E’ opportuno evidenziare che tutti i sigari tradizionali (cubani, caraibici e nordeuropei) subiscono il cosiddetto “trattamento criogenico” per  debellare l’attacco dei parassiti del tabacco, in particolare del bicho (Lasioderma serricone).

Secondo te in che percentuale incide la qualità della fascia in fumata nel sigaro italiano?
Il sigaro italiano, com’è noto, è composto da solo fascia e ripieno. Il peso della fascia varia dal 12 al 15% per la produzione a macchina e dal 15 al 20% per la produzione a mano. Nonostante la piccola quantità presente, in fumata l’apporto del gusto della fascia è molto più alto, fino al 50%.
In una fumata regolare, buona combustibilità del sigaro, in corrispondenza della “tirata” brucia prevalentemente la fascia, il “braciere” forma un cono, con punta rivolta all’esterno, successivamente brucia il ripieno ed il cono si accorcia. Nel caso di cattiva combustione della fascia si forma un cono rovescio, brucia solo il ripieno ed il sigaro tende a spegnersi.
Il fumo della “tirata” proviene, quindi, prevalentemente dalla combustione della fascia.

Perché si è andati proprio nello Sri Lanka a lavorare le fasce? E’ impossibile tornare in Italia per fare un prodotto interamente “made in Italy”?
La predisposizione delle foglie di tabacco per l’impiego come fascia è un lavoro manuale che incide in misura notevole sull’intero costo di lavorazione. A causa dell’elevato costo della manodopera in Italia ed in Europa, come avviene per altri settori, si preferisce spostare le lavorazioni manuali in paesi esteri. Lo Sri Lanka è uno di questi ma non l’unico.
La stessa lavorazione si potrebbe fare in Italia con la conseguenza che il prezzo di vendita dei prodotti aumenterebbe notevolmente.

Secondo te, perché questa questione della fascia lavorata all’estero ha innescato così tanta confusione tra i fumatori di sigaro italiano?
Credo che la confusione sia dovuta alla scarsa conoscenza della realtà. Il nuovo processo è noto solo ai pochi addetti ai lavori. Inoltre, sono state sostenute delle “prese di posizione” anche dovute all’opposizione al trasferimento di lavoro all’estero.


Sarà possibile un giorno fare un confronto con un sigaro con fascia lavorata all’estero e con un altro di fascia totalmente nazionale con il medesimo blend?

Il confronto si potrebbe rifare anche se i numerosi panel test, effettuati prima dell’avvio della nuova lavorazione, non hanno mai evidenziato differenze sul prodotto finito.

Chi sono i panel test e come funziona il loro “lavoro” nel determinare la qualità di un sigaro? Sono professionisti esterni del settore della degustazione o appassionati fumatori?
Daniele, vi sono due tipi di panels: interno ed esterno.
Normalmente nelle manifatture vi è un gruppo di periziatori (panel interno) selezionato tra i dipendenti fumatori di sigari e addestrati per la valutazione oggettiva dei prodotti.
Il blender, che coordina i gruppi, utilizza le indicazioni emerse dalle degustazioni.
Il panel esterno, invece, è affidato a società o laboratori di analisi che, su commissione, valutano i prodotti.

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Domenico Napoletano al lavoro
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