simenon-pipe

Non si può contestare che Simenon fumasse, non disdegnasse l’alcool ed avesse un rapporto “singolare” con le donne. Nonostante ciò, questi tre profili risultano spesso oggetto di scarsa attenzione (il primo), di superficiale ed epidermica considerazione (il secondo), ovvero di eccessiva, e per ciò stesso non corretta, valutazione (come per il terzo aspetto, entrato far parte della leggenda e sul quale si è scritto tanto, spesso troppo, e non sempre in maniera pertinente).

Simenon fumava la pipa. E’ molto probabile che lo scrittore, che sentiva la necessità di avvicinarsi ad ogni aspetto del vivere umano, conoscerne e, per quanto possibile, provare le sensazioni che lo stesso potesse offrire, avesse fumato anche sigari e sigarette, ma è solo la pipa che lo ha accompagnato nella sua lunga vita, tenendogli compagnia in ogni occasione e restandogli fedele in qualsivoglia circostanza. Non vi è foto in cui Simenon compaia senza la sua pipa.

Vi è una bellissima foto del 1993 che lo ritrae, vecchio, convalescente, in raffinata veste da camera, appena reduce da un delicatissimo intervento chirurgico alla testa, seduto su una poltrona all’interno di una suite del Beau Rivage Palace di Ouchy a Losanna in Svizzera, con un plaid sulle gambe, intento a fumare una meravigliosa pipa inglese di radica chiara, liscia, di pregevole fattura (tale foto è in possesso del proprietario di un bar di mia conoscenza, all’epoca capo barman presso la lussuosa struttura alberghiera, che per nessun motivo cederebbe il prezioso documento: egli sa che Simenon non amava essere fotografato, soprattutto negli ultimi anni di vita).

Ogni esperto è in grado di comprendere che egli fumasse solo pipe pregiate, di gran marca (inglese), diritte, preferibilmente medie, leggere e sottili. Ne possedeva un gran numero e le alternava con scrupolo. I ben informati (Giuseppe Bozzini: Tabacco per la mia Pipa) dichiarano che egli fumasse solo due tipi di tabacchi inglesi, entrambi costosi e raffinati: Elizabethan e The Royal Yacht mixture.
Tabacchi per intenditori, a base di Virginia, con un pizzico di Perique (il primo) ed una percentuale di Latakia (il secondo).

Trinciati per fumatori esperti, di difficile combustione, umidi, di taglio medio-grosso, difficili a reperirsi, ma suscettibili di regalare al fortunato fumatore profumo (ciò che si sente con il naso) ed aromi (quelli che si riescono ad apprezzare con il gusto) straordinari.

Quando scriveva, Simenon metteva a propria disposizione tre o quattro pipe diverse, già riempite, perfettamente allineate sulla scrivania secondo un rituale collaudato, che accendeva senza soluzione di continuità. Le stesse certamente contribuivano a condurlo in quella trance letteraria, che gli consentiva di poter realizzare, con straordinaria disinvoltura, diverse decine di cartelle manoscritte al giorno.

Anche Maigret fumava.

Maigret_a_Pigalle_Gino_CerviEgli però – si potrebbe azzardare – non “fumava la pipa”; non coltivava l’arte ed il piacere di adoperare il sofisticato strumento, apprezzandone i rituali che il relativo utilizzo inevitabilmente impone, nè osservava le rigorose ed inderogabili regole che ogni fumatore, che disdegni sigari e sigaretti, osserva.

Il Commissario fumava, per così dire “nella pipa”. Attribuiva più importanza alla combustione del tabacco; spesso riaccendeva (cosa assolutamente inaccettabile per un fumatore di pipa) il “proprio attrezzo”; utilizzava pipe vili, di poco prezzo, di marche sconosciute; non perdeva tempo in operazioni di pulizia e manutenzione; non custodiva i propri oggetti ordinatamente, ma li lasciava in giro, senza osservare alcuna cautela, in ufficio, a casa; li riponeva nelle tasche, insieme con altri oggetti, con nessuna precauzione. Le sue (poche) pipe erano grandi (in armonia con il suo fisico), diritte, con un cannello robusto (forse proprio per scongiurarne una facile rottura). Venivano acquistate (raramente perché Maigret, tra l’altro non incline al consumismo, fumava sempre nelle stesse pipe) da lui personalmente. Non sopportava che gliele scegliessero. Le pipe che la moglie gli regalava invariabilmente in ogni occasione ufficiale venivano da lui utilizzate solo una volta e malvolentieri, dopo averle ricevute, all’esclusivo fine di non dispiacere la cara consorte (Un Noel de Maigret) e, quindi, abbandonate.

Maigret fumava solo ed invariabilmente tabacco francese del tipo “Scarfelati”. Il nome, entrato nell’uso nel Settecento, deriva, secondo alcuni, dal cognome di un cittadino italiano, inventore di un particolare procedimento di taglio del tabacco, attuato mediante una singolare trinciatrice adottata per la prima volta in Europa nel 1780.

Di tale tipo il Commissario fuma il Gris, caratteristico trinciato francese, secco, di taglio fine, di aroma forte, confezionato in piccoli “cubetti” da 20 grammi l’uno, intrasportabili in tasca, il cui contenuto evidentemente Maigret versava in una borsa da tabacco che portava sempre con sé. Il Gris è tabacco vile, di poco prezzo, dal profumo (o puzza?) pestilenziale, che Maigret non esita a fumare sempre e comunque, incurante dell’insofferenza altrui, insensibile a qualsivoglia protesta, spesso con atteggiamento provocatorio.

Il trinciato è di facile combustione. Il Commissario, intollerante e spesso con la luna per traverso, non sopporta una pipa che “non tiri”: egli si innervosisce quando il trinciato perde la combustione, va in estasi quando la stessa è perfetta (L’escluse n. 1). Solo in determinate ed infrequenti occasioni egli si astiene dall’accendere la sua pipa: o perché costretto dai rari divieti vigenti all’epoca (il Commissario cercava sempre un posto sulla piattaforma esterna degli autobus proprio perché all’interno era vietato fumare) ovvero perché la particolare occasione glielo impone. In Maigret se dèfend il Commissario davanti al Questore, che lo accusa infondatamente di un illecito da lui non commesso, tiene stretta in pugno la propria pipa, quasi stritolandola, ma astenendosi dall’accenderla per non provocare l’ira dell’alto funzionario. Altrimenti fuma in ogni occasione: anche a letto! Sul comodino vi è sempre una pipa e la borsa del tabacco.

maigretMaigret non fuma mai sigarette o sigari: il giovedì sera, a scadenza quindicinale, egli si reca a cena con la propria moglie a casa dei coniugi Pardon. Dopo aver gustato straordinarie pietanze scrupolosamente preparate dalla padrona di casa, il Commissario ed il dottor Pardon (suo medico curante) si siedono in salone, chiacchierano e, assaporando pregiati distillati, fumano beatamente: il medico un buon sigaro ed il Commissario il suo robusto tabacco. Non ha alcuna intenzione di abbandonare o ridurre il fumo, in quanto né la moglie né lo stesso medico gli rimproverano sul punto alcunché. Solo allorquando, convalescente dopo essere stato ferito con un’arma da sparo, è costretto a rimanere a letto in una camera di albergo (Le fou de Bergerac), subisce l’ordine da parte dei medici curanti di non fumare; nonostante ciò egli accende la pipa di nascosto, fa aprire le finestre dalla cameriera, ed occulta il suo prezioso strumento sotto il cuscino.

Che Simenon non abbia inteso regalare al suo eroe la qualità di saper interpretare con talento e capacità straordinarie le sofisticate regole del fumo della pipa, ma abbia ritenuto solo di attribuire al Commissario un comportamento ordinario, sintomatico non certo di snobismo, ma espressione di umana e spontanea libertà, lo si deduce dal fatto che alla “Pipa”, sempre presente ne “I Maigret”, non viene praticamente mai attribuita la dignità di essere inserita in qualsivoglia titolo. La stessa compare solo in un breve racconto: La pipe de Maigret, scritto nel 1947 ed edito in Italia nel 1959.

Infatti il romanzo Le due Pipe di Maigret, anch’esso edito per la prima volta in Italia nel 1959, in realtà si intitola Maigret et l’homme du banc pubblicato nel 1953: Maigret non era il “Detective con la pipa” ma solo un uomo che – tra l’altro – fumava tabacco francese nella pipa.

Scritto da Gabriele Protomastro

Fonte: L’Occidentale