Il “lento fumo” di Toro Seduto 

Accanto all’arco e alle frecce, la pipa era una delle cose più importanti; serviva per rilassarsi e per ogni cerimonia” 

(Gene Weltfish, antropologo)

Sioux, Cheyenne, Apache, Cherokee, Irochesi, Mohicani, i copricapo di penne e il volto variopinto di capi leggendari come Nuvola Rossa, Cavallo Pazzo e Toro Seduto, i teepee realizzati con pelli o corteccia di betulla, le immense praterie nordamericane, teatro di vita e di battaglie. Tutto questo, tra storia e fantasia, racconta delle tribù degli Indiani d’America, le cui culture e i cui riti, tradizioni, simboli, continuano ad incuriosire ed affascinare. Come il calumet, la pipa da cerimonia segno di unità e armonia, utilizzata in tutte le occasioni importanti ma anche nella meditazione personale, fumata per celebrare un trattato di pace o di alleanza o invocare gli spiriti. Una pipa che era (ed è) sacra in quanto il tramite tra l’uomo e il Grande Spirito (l’essere supremo dei Pellerossa) al quale il fumo che fuoriesce porta preghiere e invocazioni. Che la pace, il commercio, il matrimonio fossero accompagnati dall’uso della pipa è ampiamente documentato anche dai resoconti di viaggio dei secoli XVII e XVIII, che descrivono il significato politico-magico-religioso del calumet (parola di origine francese che significa calamo, canna cava). Il calumet si compone di un fornello in pietra tenera e da un cannello in legno, il primo a rappresentare l’elemento femminile, il secondo, quando unito al fornello, l’energia maschile e il potenziale creatore. Proprio la congiunzione delle due parti della pipa evocava le sue proprietà; per questo motivo fornello e cannello venivano conservati separatamente, ciascuno in una borsa di pelle finemente ornata. Gli esquimesi e i nativi della costa nordovest per il fornello usavano la steatite, pietra di color bruno, ocra, nero, mentre le tribù delle grandi pianure preferivano un particolare tipo di steatite di colore rosso, ricca di ossidi di ferro e ossidi di manganese. Questa pietra, denominata anche “pietra da pipa”, era già nota fin dalla preistoria e fu in seguito chiamata catlinite in omaggio a George Catlin, pittore etnografo, tra i primi bianchi a visitarne, nel 1847, le cave nell’attuale Minnesota. Le incisioni, gli intarsi e le sculture del fornello, particolarmente elaborate, lo rendevano un vero e proprio oggetto d’arte, prezioso e raffinato, i cui motivi scolpiti rappresentavano figure umane, animali e esseri mitici, o erano in relazione con tradizioni cosmogoniche che facevano riferimento alle stelle o agli Esseri Tuono. Per il cannello, la cui lunghezza variava da venti centimetri a più di un metro, il legno preferito, era il sommacco, ma erano anche usati il frassino e l’acero e l’hickory. Ricco di significati simbolici, il cannello richiedeva una lavorazione minuziosa, ornato di penne, crini di cavallo, pellicce d’animale, aculei di porcospino e perline di vetro. Un piccolo capolavoro, per la benevolenza e la protezione di Manitù.

 


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