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Come “brucia” un sigaro?

Il fumo e il calore, sono senz’altro il frutto di una combustione, ma la fruizione del sigaro passa per diverse fasi, di cui la combustione vera e propria fa parte.
Il tiraggio, e quindi l’incanalare aria in un corpo la cui estremità brucia, per altro in maniera discontinua, associato al fatto che il tabacco ha sempre (anche se conservato secco) una quota di umidità contenuta (normalmente attorno al 13-15% in condizioni di conservazione ottimali), e che per la sua natura non è perfettamente uniforme, genera in primis una zona di carbonizzazione, che anticipa la combustione vera e propria. Subito al di sotto della zona di carbonizzazione, avviene la distillazione “secca”. La combustione vera e propria è quella che genera calore (detta anche zona esotermica), mentre gli altri due fenomeni avvengono grazie al calore generato dalla combustione, assorbono pertanto energia e vengono annoverati nella cosiddetta zona endotermica.

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Al contrario di quello che si potrebbe pensare, non è la fase incandescente a generare fumo, la combustione, che avviene tra i 700 e i 900 gradi, distrugge completamente la sostanza organica, e produce anidride carbonica e vapore acqueo (quest’ultimo in parte visibile nel fumo una volta condensato), ininfluenti dal punto di vista organolettico. Il fumo con altri composti si genera in questa area solo quando non stiamo tirando aria, ed è quello che si vede salire dall’anello di brace quando il sigaro è nel posacenere, normalmente di colore e densità diversa da quello che esce dal piede (più leggero e azzurrognolo il primo, più denso e giallognolo il secondo). Lo sviluppo di fumo visibile e di sostanze responsabili della percezione organolettica avviene nelle altre due fasi, prima che il tabacco diventi incandescente. Nella fase di carbonizzazione (300-600 gradi) il tabacco subisce processi di pirolisi, in parziale assenza di ossigeno (che viene bruciato nel punto in cui il braciere è incandescente). le sostanze organiche parzialmente degradate vengono volatilizzate, ma condensano in maniera relativamente rapida quando scendono sotto i 300°, formando gran parte del fumo visibile. La zona di distillazione invece, interessata da temperature tra i 60 e i 250 gradi, non trasforma chimicamente i composti che contiene, ma per via delle alte temperature, volatilizza gran parte dei composti aromatici presenti nel tabacco, restituendo la sensazione organolettica, soprattutto olfattiva, al fumatore.

Cosa succede quando il tabacco brucia?

Dal discorso appena affrontato, risulta chiaro il motivo per cui non bisogna surriscaldare il braciere in fumata, per non destabilizzare il delicato equilibrio tra le tre fasi. Nel tabacco (senza additivi aggiunti artificialmente) possono essere isolati fino a 3800 composti chimici diversi, nel fumo possiamo trovarne quasi 1000 in più, e molte molecole che si trovavano nel tabacco scompaiono completamente, andando a ricombinarsi in nuove sostanze. Il fumo generato è un aerosol di innumerevoli composti, tra cui alcaloidi, particelle di pigmento, terpenoidi, acidi, cere, fenoli, aldeidi, fitosteroli, composti azotati e idrocarburi aromatici e non. Alcuni componenti come i radicali liberi e le nitrosamine sono relativamente dannosi per l’organismo. La loro deposizione e condensazione è però relativamente rapida, e il loro rilascio è tanto più alto quanto più è elevata la temperatura di combustione. altro motivo per non surriscaldare il braciere.

L’autofiltraggio

Come abbiamo appena detto, i composti liberati durante i processi di carbonizzazione e distillazione, possono condensare, e molto spesso anche essere trattenuti dal tabacco stesso. Il sigaro quindi per certi versi si autofiltra, ed alcuni composti verranno poi nuovamente volatilizzati quando il braciere arriverà nella zona in cui si erano depositati. Questo in parte spiega il “rafforzamento organolettico”, definito anche come progressione, che molti sigari hanno in corso di fumata. Non è però l’unico motivo, vedremo nel prossimo punto qual’è l’altro fattore che incide su questo incremento di carica organolettica.

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La progressione del braciere.

Ovviamente il progredire stesso del braciere è un fattore di rafforzamento della temperatura del fumo alla bocca, ma anche di cambiamento organolettico. Le sostanze che si creano durante i processi descritti sopra possono essere annoverate in tre categorie: le sostanze volatili, con punto di ebollizione sotto ai 100° C, le sostanze semi-volatili, che hanno un punto di ebollizione tra 100 e 200 gradi, e gli “aromi pesanti” che volatilizzano sopra i 200°C. man mano che ci allontaniamo dal braciere quindi, si depositeranno prima le sostanze aromatiche più pesanti, poi quelle semi-volatili, ed infine quelle volatili. In fase iniziale quindi (braciere lontano dalla bocca), percepiamo solo gli aromi più delicati, mentre al procedere del braciere inizieremo a percepire anche le sostanze semi-volatili, e quando la zona incandescente è vicina alla bocca (nell’ultimo tercio) percepiremo più nettamente gli aromi pesanti (tipicamente caffè, cuoio, cacao, etc.)

Il cambiamento del fumo

Abbiamo già visto alcuni aspetti che ci spiegano come il fumo, nella sua composizione chimica, vari passando dalla zona subito sotto al braciere verso la bocca del fumatore. Esiste anche una terza variabile che genera dei cambiamenti: abbiamo detto che si parte da un materiale che contiene certi composti, e che la combustione e i processi annessi ne generano di nuovi. Il fumo è un aerosol, che contiene in media 5-600 particelle, in un range che va da 100 a oltre 1000 per millimetro cubo (NB. particelle, non composti, in questo caso; una particella può essere formata da più molecole), il loro diametro è compreso tra 0,1 e 1 micron. Man mano che il fumo si raffredda, i composti non solo si depositano e condensano, ma si aggregano anche tra loro, a volte formando nuove molecole. Le particelle quindi diminuiscono gradualmente in numero per aumentare in dimensioni, anche per questo motivo, come citato sopra, notiamo una differenza sia olfattiva che visiva nel fumo che esce dalla testa del sigaro (il punto in cui tiriamo), e quello emesso lateralmente dal braciere.

La cenere va lasciata sul braciere?

Gli aficionados di lungo corso preferiscono mantenere la cenere sul braciere, almeno finché non c’è il rischio che cada sui vestiti. Questa prassi è in realtà molto azzeccata, anche dal punto di vista tecnico, in virtù di quanto abbiamo detto finora. la cenere infatti “filtra” l’aria che entra nel sigaro, riducendo la velocità di ingresso dell’ossigeno, e mantenendo quindi più uniforme e a temperatura più bassa la zona incandescente, con i vantaggi che abbiamo appena descritto nei punti precedenti.

 

Foto di Ulrike Leone da Pixabay

Simone Fazio

Fumatore di sigari dal 1998, attivo da sempre nel mondo associazionistico, amo approfondire aspetti tecnici legati al mondo del fumo lento, ed affinare e divulgare le tecniche di degustazione

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