Come molte altre, questa storia ha avuto inizio quando mi sono innamorato di una bella pipa, messa in vendita su Ebay infumata, con tanto di scatola e sacchetto.
Il marchio mi era del tutto sconosciuto: La Torre di Ernesto Ossola.

La pipa in questione è una bent dublin il cui finissaggio mi ha colpito particolarmente: a dispetto dello shape classicissimo, infatti, il fornello appare solcato da vere e proprie ferite che, scavate nelle fibre della radica, lasciano intravedere la trama sottostante, simili a vene minerarie. Non potevo immaginare che, con questa impressione, non ero forse così distante dal motivo ispiratore di una lavorazione così particolare. Una volta vinta l’asta, invero piuttosto combattuta, e avuta la pipa in mano non ho atteso molto a metterla in moto.
Caricata e accesa, mi ha dato conferma di quanto già ad un primo esame avevo intuito: si tratta di una pipa costruita benissimo, la cui dinamica di fumo è a dir poco perfetta e la resa ottima. Morbida e dolce sin dalla prima boccata, nella migliore tradizione italiana, non ha mai, e dico mai, fatto una goccia d’acqua, anche dopo molte fumate consecutive. Ció che mi é parso evidente sin da subito é che non si tratta della pipa di un artigiano improvvisato: chi l’ha fatta conosceva perfettamente il mestiere.

Nonostante non avessi comprato questa pipa per la notorietà del suo creatore o spinto da intenti collezionistici, devo dire che l’alone di mistero che avvolgeva questo marchio mi disturbava e affascinava a un tempo. Nel giro di un paio di giorni ho cominciato a sentire il bisogno di fare qualche ricerca, partendo da Google. Su Pipedia, ma anche sul forum Fumare la Pipa, si sostiene che Ossola sarebbe stato un lavorante di Castello, messosi in proprio nel 1978, ma null’altro era riportato, se non l’anno della sua morte, il 2010: purtroppo, questi dati si sarebbero ben presto rivelati del tutto errati.
Il primo passo della mia ricerca è stato proprio consultare la ditta Castello di Cantù: Franco Coppo ha categoricamente smentito di aver avuto rapporti lavorativi con Ossola. Ho dunque contattato il gentilissimo Luigi Radice, che mi ha riferito di non averne mai sentito parlare: la mia piccola indagine si stava facendo inaspettatamente complessa. Ho così iniziato a importunare amici e conoscenti del settore in tutta Italia: Damiano e Dorelio Rovera non ne hanno memoria; Bollito, Fincato e Musicò, pur ricordando il marchio, non hanno idea di chi fosse il proprietario; il cortesissimo Amorelli neanche, così come Mauro Cosmo e Ascorti. Invero, ho perso il conto di tutti i malcapitati che ho importunato per saperne qualcosa: ho persino scritto al linguista Carlo Ossola che, con gentilezza inusitata, mi ha riferito che il nome Ernesto non fa parte del suo ramo famigliare. Ho così chiesto nuovamente una mano alla rete e posto un quesito agli amici de La Compagnia del Tabacco: era forse possibile reperire informazioni sulla torre raffigurata nel marchio, ammesso che si tratti di una rappresentazione realistica, per individuare almeno una zona geografica su cui concentrare le indagini? Molte ipotesi, ma nessuna certezza. Alla fine, é stato l’amico Gerti (ex admin di Fumare la Pipa) ad aiutarmi: a suo dire, Ernesto Ossola era sicuramente lombardo, convinzione confortata anche dalla mappa della diffusione del cognome in Italia. Perlomeno ero riuscito a restringere il campo, ma siccome la Lombardia è grande dovevo ottenere di meglio.
Ho così pensato di interpellare i Paronelli, nella speranza che potessero essermi di aiuto e, in effetti, mi hanno messo sulla strada giusta: Ariberto mi ha spiegato che a Groppello di Gavirate ricordava qualcuno, di cognome Ossola, che per un certo periodo di tempo aveva prodotto pipe a marchio proprio. Su suo suggerimento, quindi, ho provato a scrivere e telefonare ad altri artigiani storici della zona: alla fine, Stefano Santambrogio è riuscito finalmente a squarciare il velo di oblio che era calato sulla carriera di pipemaker del misterioso Ernesto Ossola.

Spero di contribuire con questo mio scritto a gettare finalmente una luce sulla breve storia di questo marchio e a rendere giustizia al lavoro di un artigiano che, seppur per breve tempo, ha contribuito ad arricchire il mondo della pipa che io tanto amo.
Santambrogio mi ha riferito di aver conosciuto bene Ossola, ma è assolutamente certo che il suo nome di battesimo non fosse affatto Ernesto, bensì Oreste! Questa curiosa circostanza è confermata da un documento notarile in possesso dell’artigiano di Gavirate e risalente al 1995. Molto probabilmente, Ossola ha cominciato a farsi chiamare Ernesto in seguito, forse a mo’ di soprannome: sta di fatto che i suoi genitori adottivi vivevano proprio di fronte al laboratorio di Santambrogio che dunque li conosceva piuttosto bene. Dal medesimo documento si evince che Oreste era nato il 5 febbraio 1943 a Varese: cresciuto nel distretto della pipa, come molti suoi coetanei aveva cominciato a lavorare la radica per conto terzi, in particolare collaborando con la Gardesana Pipe (circostanza, questa, confermata da Fiorenzo Rovera). Oreste viene descritto come una persona buona, ma molto originale e di indole parecchio inquieta: proprio questa sua irrequietezza lo spingeva a frequenti vagabondaggi.
Alla fine degli anni Sessanta, Ossola si trasferì a Livorno con la moglie di origini francesi e i due figli, Pierrick e Letizia, e Santambrogio ne perse le tracce: sappiamo però che nella città toscana lavorò dapprima come terzista (probabilmente per Barontini) e poi si mise in proprio, creando il marchio La Torre di Ernesto Ossola. Agli amici che assieme a me hanno tentato di identificarla dicono che la torre riprodotta nel logo, con tutta probabilità, è proprio la livornese Torre del Marzocco del XVI secolo: ecco che, gradualmente, tutti i pezzi del puzzle stavano trovando la loro giusta collocazione. Mentre tentava la via della pipa artigianale, Oreste (ormai evidentemente noto come Ernesto) cominciò presumibilmente a coltivare anche un’altra passione, grazie alla quale avrebbe acquisito maggiore notorietà tra gli addetti ai lavori: la ricerca e il commercio di minerali. Nel 1969, a Livorno, nacque il suo terzo figlio, Gianclaudio, destinato a seguire le orme paterne nel mondo della mineralogia. Dopo aver tentato con poca fortuna di farsi strada come pipemaker, alla fine degli anni Settanta Ernesto decise di gettare la spugna e di dedicarsi soltanto ai minerali: abbandonò la radica e si trasferì definitivamente in Francia, forse acconsentendo a un desiderio della moglie. Tornò per un breve periodo a Gavirate solo alla fine degli anni Novanta, quando pose in vendita alcune proprietà dei genitori adottivi, venuti da poco a mancare. Innamorato del Nord Africa, vi si recava piuttosto spesso alla ricerca di minerali e, per un destino beffardo, proprio in Marocco, nel 2007, ha trovato la morte in modo del tutto accidentale (sembra a causa delle esalazioni di una stufetta difettosa). La sua eredità è stata raccolta dal figlio Gianclaudio, purtroppo anche lui tragicamente scomparso l’anno scorso, a soli 45 anni, per un incidente. Si chiude così questa storia fatta di passioni, viaggi e pipe.

Concludo il mio scritto mentre mi accingo a riaccendere la mia La Torre, spentasi per distrazione, e mi rendo conto che la fumata si é fatta stranamente agrodolce: un sapore che non è certo dovuto al tabacco, né alla pipa.

Maurizio Capuano

Il tabacco in quasi tutte le sue forme mi accompagna sin da ragazzino: fumatore per vizio e per passione, coltivo una grande passione per la scrittura, la musica colta e la letteratura, ma anche per la birra, i whisky, i bourbon e le grandi mangiate.

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